Le perdite fiscali per le imprese in contabilità ordinaria

di Giuseppe Aymerich Commenta

Si parla di “perdita” da un punto di vita fiscale quando, nei calcoli all’interno del reddito di impresa o di lavoro autonomo, i ricavi..

regime fiscale delle impresa

Si parla di “perdita” da un punto di vita fiscale quando, nei calcoli all’interno del reddito di impresa o di lavoro autonomo, i ricavi o compensi imponibili non sono tali da coprire tutti i costi e oneri deducibili.

Alla perdita fiscale non corrisponde necessariamente una perdita in senso economico, e comunque quasi mai corrispondono gli importi. Immaginiamo che il bilancio di una società evidenzi ricavi per 200.000 e costi per 150.000: economicamente emerge un utile di 50.000.


Se però i ricavi fossero per metà esenti da tassazione (perché magari soggetti ad imposta sostitutiva), in dichiarazione dei redditi emergerebbe una perdita pari a 50.000. Qual è la sua sorte?
Le società conseguono esclusivamente redditi d’impresa, e dunque non esistono altri redditi con cui la perdita può essere compensata.


Gli imprenditori individuali, invece, potrebbero possedere anche redditi di altro genere (da lavoro dipendente, da terreni e fabbricati…), ma non è loro consentito compensare le perdite da reddito d’impresa.
Facendo un altro esempio, un imprenditore che dunque vantasse un reddito da fabbricati pari a 10.000 e una perdita da reddito d’impresa pari a 2.000, sarà tassato su diecimila e non su ottomila.

In compenso, le perdite di società e ditte individuali in contabilità ordinaria possono essere rinviate al futuro e andare ad abbattere i ricavi che matureranno negli anni a venire, purché sempre della medesima categoria (reddito di impresa), ma non oltre quattro anni: al quinto anno la perdita non è più riportabile e, se non è ancora stata sfruttata, è definitivamente perduta. Ma c’è un’eccezione: le perdite maturate nei primi tre anni di attività si possono rinviare al futuro senza limiti temporali.

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