
Fra le tante leggi, la più semplice e micidiale è quella che stabilisce che chi si dichiara residente in un paradiso fiscale è reputato come residente in Italia, e dunque tassato per tutti i suoi redditi secondo le nostre norme, a meno che non sia egli stesso a dimostrare di vivere davvero nel territorio considerato.
Essersi dunque cancellato dall’anagrafe di Parma ed essersi iscritto in quella di Aruba, dunque, dì per sé non comporta particolari conseguenze in termini fiscali.
Ma chi, invece, ha davvero il proprio domicilio in questi Paesi (senza che ci sia sotto alcun furbesco sotterfugio) cosa può fare per non correre rischi? È meglio che costui raccolga e conservi la maggior parte di documenti possibili, perché i nostri controllori fiscali sono comprensibilmente molto scettici.
L’atto di acquisto di un’abitazione, i documenti che comprovano che i propri figli frequentano le scuole locali, il contratto di lavoro presso un’impresa del posto, le fatture delle tipiche utenze domiciliari (luce, gas ecc…) o simili attestazioni possono essere perciò molto preziose. Inderogabile, inoltre, procurarsi documenti per ogni periodo d’imposta suscettibile di eventuali contestazioni.
L’Agenzia delle Entrate, negli ultimi tempi, sta dedicando molte attenzioni agli italiani trasferiti presuntamente all’estero, anche perché, quando si tratta di illeciti, le imposte evase sono solitamente di grande entità. È stata stilata una lista di oltre ventisettemila contribuenti sospetti da sottoporre ad attenti controlli.
Si pensi che, fra loro, ben 8.095 dichiarano di risiedere stabilmente a San Marino e 4.502 a Montecarlo, nonostante le ridottissime dimensioni di questi microstati.



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