Ecco le domande più difficili in un colloquio di lavoro (e come affrontarle)

di GianniPug Commenta

E’ il momento più temuto da un candidato. Il CV è stato mandato all’azienda, la quale lo ha analizzato, lo ha accolto con benevolenza e ha risposto positivamente alla candidatura. Lo step successivo ovviamente è il colloquio presso la sede dell’azienda.

Il colloquio rappresenta proprio il momento “clou” della candidatura, in quanto con tutta probabilità è l’ultimo step prima dell’assunzione (o del respingimento definitivo, se dovesse andar male). Normalmente il colloquio si svolge attraverso una serie di domande poste dai recruiter, i quali indagano ulteriormente sulla persona e sulle sue esperienze pregresse.

In questo articolo sono presenti alcune tra le domande più difficoltose cui si potrebbe andare incontro in un colloquio, e le relative risposte per cercare di superare il colloquio al meglio.

“Qual è la tua più grande debolezza?”

La prima di una lunga lista di domande trabocchetto. Solitamente questa domanda è posta per trovare una “giustificazione” al respingimento del candidato, o più di frequente per giudicare l’autovalutazione del candidato e la sua capacità di auto-analisi.

I recruiter più esperti consigliano di rispondere con determinazione, ammettendo per esempio di “aver tendenza a rispondere di sì”, portando esempi di come si sta lavorando alle proprie priorità e limiti personali. In questo modo si darà l’immagine di una persona convinta di sé stessa, ma al contempo conscia dei propri limiti e responsabile per il proprio futuro.

”Quale stipendio pensi sia adeguato a te?”

Altra domanda trabocchetto, molto frequente. Lo scopo è quello di valutare ovviamente l’ambizione di una persona, ma anche il suo desiderio di crescita nel tempo: un candidato che indica un salario alto già da subito, potrebbe dare un’impressione a dir poco negativa.

Skip Freeman, autore del libro Headhunter ”Hiring Secrets” ha una proposta per poter rispondere in maniera consona a questo tipo di domanda che sostanzialmente equivale a:

“Se io sono il candidato che hai scelto in base ai tuoi criteri e questo è il posto di lavoro giusto per me, allora credo che tu (recruiter/azienda) possa offrirmi delle condizioni di lavoro favorevoli”.

Dicendo,“se io sono il candidato che hai scelto”, presupporrai che c’è ancora un numero di candidati in concorrenza con te e che dovrai dimostrare di essere il miglior candidato per la posizione vacante disponibile.

Affermando, “e questo è il lavoro giusto per me”, implicitamente fai sapere al datore di lavoro che hai anche altre opportunità lavorative in ballo e che sarà lui a doverti conquistare.

Con, “allora credo che tu possa offrirmi delle condizioni di lavoro favorevoli”, metti in chiaro che ti aspetti una remunerazione ragionevole, commensurata al tuo valore, a ciò che dimostrerai; condizioni che ti consentano di lavorare e performare nel migliore dei modi.

”Perché dovrei assumerti?”

In questo caso, l’obiettivo è quello di dimostrare le proprie qualità. Ciò che interessa al recruiter è vedere se il candidato è consapevole dei propri mezzi, e dei propri trascorsi esperienziali e lavorativi.

Meglio rispondere accennando ai propri tratti forti nel CV: “sono un lavoratore molto costante”, “ho assimilato al 100% queste nozioni nella precedente esperienza” e così via.

Attenzione anche al CV: dedicarvi molto tempo aiuta

Per arrivare preparati al meglio e affrontare con grande tenacia questa risposte, un consiglio proveniente da esperti riguarda proprio il CV: dedicarvi molto tempo infatti aiuterà il candidato a prepararsi a queste risposte.

Per questo motivo, in fase di scrittura del curriculum è bene studiare ogni singola parte prima di scriverla: in questo modo il candidato avrà una conoscenza a 360 gradi della propria carriera lavorativa/di studio, e avrà la risposta pronta in fase di colloquio, senza mai concedere esitazioni e quindi possibili opinioni negative da parte dei datori di lavoro.

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