Le prostitute possono aprire la partita IVA

di Alba D'Alberto Commenta

Le prostitute possono aprire la partita IVA peccato che poi la regolarizzazione dei loro servizi alla persona possa portare qualche tassa in più da pagare.

Dopo quello che è successo a Rimini, c’è da chiedersi se la rivoluzione tanto annunciata del ripristino di case chiuse e della creazione di quartieri a luci rosse, non parta proprio da Rimini dove gli ispettori dell’Agenzia delle Entrate hanno costretto delle lucciole a dotarsi di partita IVA.

Per i professionisti senza cassa la partita IVA non è proprio conveniente. Se ne sono accorte anche le prostitute di Rimini la cui attività è stata controllata dagli ispettori dell’Erario. Questi si sono accorti che le donne in questione avevano dei cospicui conti in banca ma nessun rapporto con il fisco.

Per questo le hanno obbligate a dotarsi di partita IVA, rientrando con il loro codice tra i servizi alla persona e le hanno obbligate a pagare le tasse anche arretrate. Il presupposto normativo di base è quello stabilito dalla Cassazione che ha spiegato come sia reato lo sfruttamento della prostituzione e non la prostituzione in sé. Insomma vendere il proprio corpo è lecito ma sui proventi di questa attività devono essere pagate le tasse.

Sono perciò state comminate delle cartelle di pagamento con numerosi zeri. Le cartelle Equitalia si possono certamente rateizzare se superano di un tot l’importo considerato “pagabile” alla luce del reddito del contribuente. le prostitute romagnole però non ci stanno e pensano di fare un ricorso contro il fisco.

Inserendo l’attività di prostituzione tra i servizi alla persona se ne definisce anche il tetto massimo di reddito superato il quale si rientra nei regimi agevolati. Le prostitute avrebbero vantaggi a rientrare nel regime dei minimi?

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