Risarcimento del danno anche in assenza di mobbing

di Stefania Russo Commenta

La Corte di Cassazione, consapevole della difficoltà di riuscire a dimostrare episodi di mobbing, con la sentenza n. 18927 ha spianato...

La Corte di Cassazione, consapevole della difficoltà di riuscire a dimostrare episodi di mobbing, con la sentenza n. 18927 ha spianato la strada per ottenere un risarcimento a tutti quei lavoratori che subiscono vessazioni o discriminazioni sul luogo di lavoro, anche se manca la prova che si sia trattato di mobbing.

Secondo la Suprema Corte, infatti, perché a favore del dipendente che ha subito episodi mortificanti venga riconosciuto il diritto ad ottenere un risarcimento è sufficiente la presenza di una serie di azioni che, se esaminate singolarmente, appaiono idonee a minare quell’integrità psico-fisica che il datore di lavoro ha l’obbligo di tutelare in base a quanto stabilito sia dalla legge che dalla Costituzione.


Nella sentenza in esame, in particolare, è stato giudicato il caso di una farmacista che ha agito in giudizio nei confronti del proprio datore di lavoro, un caso caratterizzato da diversi presunti episodi di vessazione e da un tentativo di suicidio della lavoratrice. La richiesta di risarcimento avanzata dalla dipendente è stata però respinta dalla Corte d’Appello, secondo cui gli episodi contestati non erano in grado di provare l’esistenza di una strategia mirata a “costringere” la dipendente a rassegnare le dimissioni, pertanto era da escludere la presenza di mobbing.

La Corte di Cassazione non si è però mostrata d’accordo. A suo avviso, infatti, se nel caso in esame i comportamenti messi in atto dal datore di lavoro vengono presi in considerazione singolarmente possono essere considerati in grado di ledere i diritti fondamentali del lavoratore, tutelati sul piano costituzionale. Pertanto, in caso di accertata violazione di tali diritti, il lavoratore ha diritto ad un risarcimento per il danno subito.

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