Tassa tecnologie ICT

di Giuseppe Aymerich Commenta

Mentre il mondo politico si interroga in questi giorni sulla possibilità di adottare una radicale semplificazione della nostra giungla..

Mentre il mondo politico si interroga in questi giorni sulla possibilità di adottare una radicale semplificazione della nostra giungla fiscale, ecco che nel frattempo una nuova tassa va ad aggiungersi al già ricco campionario elaborato nei decenni. Ed è una tassa che, per quanto di ammontare modesto, sta creando un certo subbuglio nella stessa maggioranza parlamentare.


Si tratta di un tributo fisso da applicarsi su una grande pluralità di strumenti adottati nelle tecnologie delle telecomunicazioni: computer, telefonini, pennine USB, compact disc vergini, decoder e chi più ne ha più ne metta.

La logica che sta alla base del balzello è quella secondo cui i vari strumenti citati possono servire a registrare e diffondere opere dell’ingegno (film, canzoni ecc.) senza che siano riversate agli aventi diritto le relative royalties. Così viene fissata una tassa da pagarsi a priori, al momento stesso della fabbricazione o dell’importazione di questi strumenti, e il cui gettito è destinato integralmente alla SIAE.
L’ammontare del contributo è estremamente variabile, a seconda del prodotto: 10 centesimi per le pennine, 2,4 euro per i computer con masterizzatore, 28,98 euro per i decoder a maggiore memoria e così via.


Dato il presupposto del tributo, i soggetti passivi sono ovviamente coloro che producono o importano in Italia tali prodotti; ma è facile prevedere che essi si rifaranno scaricando poi a valle tale costo, che quasi sicuramente finirà per ricadere sul consumatore finale.
La novità, come accennato, non ha ottenuto finora molti plausi, e oltre alle contestazioni in diversi settori parlamentari si registrano le prese di posizione negative dei produttori discografici, cinematografici e televisivi.

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