Studi di settore come strumento statistico

di Giuseppe Aymerich Commenta

In questi giorni, banche e associazioni imprenditoriali sono in fibrillazione dopo un inatteso e importante annuncio..

tasse e studi di settore

In questi giorni, banche e associazioni imprenditoriali sono in fibrillazione dopo un inatteso e importante annuncio proveniente dalla SOSE, la società in mano pubblica che cura gli studi di settore.

L’idea è quella di rivendere sul mercato le banche dati raccolte anno dopo anno. Ci si è resi conto, cioè, che gli studi di settore offrono uno spaccato statistico dettagliatissimo dell’imprenditoria italiana, il quale, meglio di molte chiacchiere, è in grado di mettere in luce quali settori sono in crescita e quali in difficoltà, quali aree geografiche sono più promettenti per un dato business, quali bisogni finanziari o strumentali presentano gli aderenti alle singole tipologie di attività.


Si tratta, oltretutto, di dati in gran parte già disponibili, che basterebbe soltanto affinare per essere rivendibili (la prima cosa da fare, ovviamente, è eliminare ogni riferimento ai singoli contribuenti per evidenti questioni di privacy).

L’idea della SOSE sta raccogliendo molti consensi, ma sarà indispensabile sentire il parere dell’Agenzia delle Entrate, che è detentore dei diritti sulle banche dati.

Favorevolissimi appaiono Mario Draghi e i vertici della Banca d’Italia (che possiede SOSE per il 12%, mentre il resto è del ministero delle Finanze), così come i produttori di software professionali, che potrebbero a loro volta immettere sul mercato programmi avanzatissimi sull’analisi della concorrenza e la gestione dell’impresa.


Più perplesse sono invece le associazioni di categoria, Confindustria e Confartigianato in primis. Se l’utilità di queste statistiche non è messa in discussione, si contesta che le informazioni debbano essere rivendute.

I vertici dell’imprenditoria chiedono che le banche dati siano, più semplicemente, rese pubbliche, giacché sono state alimentate negli anni dai modelli dichiarativi spediti dai contribuenti, che ora avrebbero il diritto di sapere cosa ne è venuto fuori senza dover sborsare un centesimo.

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