Ritratto Italia New York Times

di Francesco Di Cataldo Commenta

Vien da chiedersi se il destino dell’Italia sia proprio così nero come lo dipinge il famoso giornalista del New York Times..

Ian Fisher, corrispondente a Roma del New York Times, ha recentemente tracciato un profilo della nostra amata penisola e dei suoi abitanti.

L’articolo, che tanto scalpore ha suscitato, inizia con “Tutto il mondo ama l’Italia perché è un Paese vecchio ma ancora pieno di fascino. Perché mangia e beve bene ma raramente ingrassa o si ubriaca”.

Tutte “forze interiori”, chiarisce subito Fisher, ma non bastano più perché “l’Italia sembra non amare se stessa” e perché sono gli italiani stessi a dire che sono i più infelici d’Europa.




Nel complesso ne esce un ritratto di un paese vecchio, statico in cui, tra la popolazione, serpeggia un disagio strisciante.

La parola giusta è ‘malessere’, che suggerisce una paura collettiva di natura economica, politica e sociale.

Fisher cita a questo proposito un sondaggio dell’Università di Cambridge ma, prima ancora, il sindaco di Roma, Walter Veltroni: “E’ un Paese che ha perso un po’ di voglia del futuro, c’è più paura che speranza”.

I problemi sono i soliti: si va dalla scarsa crescita economica, al crimine organizzato, infine il tenue senso di nazionalità che caratterizzano il Bel Paese.

Ricorda quindi i numeri sull’uso di Internet, sul commercio, sugli stipendi, sull’investimento estero e sulla crescita che sono fra i più bassi d’Europa e quelli riguardanti debito e spesa pubblica che sono invece fra i più alti. Come se non bastasse, per avvalorare un impietoso ritratto del nostro Paese, sottolinea come il 70 % dei nostri connazionali, tra i 20 e i 30 anni, vivano ancora in casa e siano condannati, pertanto, “ad una prolungata e improduttiva adolescenza”.

Per non parlare, poi, dell’ invecchiamento della classe dirigente e politica (Prodi ha 68 anni, Berlusconi 71) e della popolazione in genere, della crescita dell’immigrazione e della “scomposizione” della famiglia italiana dove aumentano i divorzi e il tasso di natalità resta fra i più bassi d’Europa.

Speranze? Decisamente poche secondo Fisher, perché le sue interviste con possibili premier, uomini d’affari, accademici ed economisti indicano che, se gli italiani hanno paura è perché sanno che c’è ben poco da fare.

Dal sondaggio di Cambridge, emerge inoltre che gli italiani sono i più infelici di 15 Paesi europei. I più felici sono invece i danesi dove, non a caso, il 64% si fida del Parlamento (in Italia solo il 36%).

Insomma, cosa resta di bello all’Italia? Restano i marchi del “made in Italy”, tutti “simbolo di stile e prestigio”: Ferrari, Ducati, Vespa, Armani, Gucci, Piano, Illy, per citarne alcuni. Anche in questo caso, però, non bisogna dimenticare che la forza dell’industria italiana dipende dai bassi salari e che oggi la concorrenza cinese la rende troppo vulnerabile.

Tuttavia, riconosce alla fine Fisher, i giovani italiani possono rappresentare una speranza: prima o poi gli imprenditori attuali scompariranno dalla scena e la nuova generazione, per fortuna, è istruita, abituata a viaggiare, alle lingue straniere e all’uso di internet.

Vien da chiedersi se il destino dell’Italia sia proprio così nero come lo dipinge il famoso giornalista del New York Times.

Magari così nero no, ma grigio cupo sì.

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