Ricerca europea fra luci e ombre

di Giuseppe Aymerich Commenta

La competitività di un Paese o di una regione economica passa anche per l’attenzione che i governi riservano..

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La competitività di un Paese o di una regione economica passa anche per l’attenzione che i governi riservano al miglioramento del livello scientifico. La ricerca è già da molti anni stata riconosciuta giustamente come un formidabile motore per lo sviluppo economico, ma l’attenzione che viene riservata a questo settore varia moltissimo da una parte all’altra del pianeta.


Nel 2000 fu avviato dall’Unione Europea un ambizioso progetto, denominato ERA (European Research Area): la volontà di creare uno spazio comunitario ideale per il progresso scientifico, basato su massicci investimenti specifici e infrastrutturali, sulla mobilità dei ricercatori, sulla partnership con altre realtà avanzate extraeuropee, nonché sull’assunzione da parte dei centri di ricerca europei del ruolo-guida nel risolvere alcuni grandi problemi mondiali, per esempio di natura energetica o ambientale.


A fronte di questi obiettivi notevoli, dopo i primi anni i risultati ottenuti non sono stati altrettanto ragguardevoli. Le luci principali riguardano l’elevato numero di progetti internazionali cui hanno partecipato scienziati europei e la crescita in valore assoluto dei ricercatori (superiore ad ogni altra parte del mondo, seppure in valore inferiore in rapporto alla popolazione rispetto a Stati Uniti e Giappone).

Gli aspetti più critici, invece, riguardano il rapporto fra spesa destinata alla ricerca e totale del PIL: appena l’1,84%, contro il 3,39% del Giappone. Ma si tratta di un valore medio in realtà poco indicativo, poiché si varia dalla crescita impetuosa dei Paesi dell’Est (l’Estonia ha aumentato nel 2000-2006 la spesa per la ricerca del 211%) al modesto 9% dell’Italia e addirittura il livello del tutto invariato dell’Olanda.

È anche vero, però, che i Paesi dell’Est partono da una posizione più arretrata e hanno molta strada da recuperare.

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