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Riforma Gelmini dell’università (dettagli-prima parte)

©Mauro Scrobogna / LaPresse

Il Senato ha approvato la riforma dell’università fortemente voluta dal ministro Mariastella Gelmini; salvo eventuali intoppi alla Camera, il testo definitivo costituirà la principale modifica delle norme sul funzionamento degli atenei italiani dai tempi dell’introduzione del “3+2”, oltre dieci anni fa.


Se quella riforma concerneva principalmente la sostanza dei corsi di studio, l’attuale si interessa principalmente della “forma”, ossia del funzionamento degli atenei italiani. Lo scopo dichiarato è lo sviluppo della meritocrazia e un freno a nepotismo e baronati.

Le norme più severe riguardano i docenti: ordinari e associati andranno in pensione, rispettivamente, a 70 e 68 anni (due di meno rispetto a prima), ma soprattutto saranno obbligati a garantire una “quantità minima” di attività formativa.

Ogni docente a tempo pieno dovrà infatti assicurare almeno 1.500 ore all’anno, di almeno 350 dedicate alla didattica, mentre per gli assunti a tempo determinato le soglie scendono a 750 e 250. Una valutazione triennale darà un voto all’attività complessiva del professore, e se essa dovesse essere negativa non scatteranno i normali adeguamenti automatici dello stipendio.


Novità molto rilevanti anche in tema di concorsi. Ogni aspirante docente sarà valutato da una commissione costituita da quattro membri scelti a sorte, e un peso determinante sarà affidato alle pubblicazioni e alle altre attività pregresse del candidato. Non solo: queste attività pregresse saranno valutate e riceveranno un voto da un’altra commissione.

Coloro che supereranno l’esame, oltretutto, saranno inseriti in un’unica graduatoria nazionale, da cui tutti gli atenei italiani pescheranno ogni qual volta dovranno coprire vuoti dell’organico: questo dovrebbe impedire, o quantomeno rendere difficile, che le cattedre siano assegnate al “figlio di” di turno.

Fonte: La Repubblica