Dalla UE un monito forte sulle pensioni

di Giuseppe Commenta

La notizia è passata forse inosservata, ma non c’è dubbio che la sentenza della Corte di Giustizia depositata..

Pensione

La notizia è passata forse inosservata, ma non c’è dubbio che la sentenza della Corte di Giustizia depositata lo scorso 13 novembre abbia fatto venire i sudori freddi al Ministro dell’Economia Giulio Tremonti. Il principio fissato dai giudici comunitari è di quelli destinati a fare storia: non è ammissibile che uomini e donne vadano in pensione ad età differenti.

Secondo l’attuale normativa, i dipendenti pubblici di sesso maschile raggiungono l’età per la pensione di vecchiaia a 65 anni e le donne a 60. Poiché però a versare le pensioni è lo Stato (tramite l’apposito ente previdenziale, l’INPDAP), esse sono da considerarsi a tutti gli effetti come retribuzioni.
La UE infatti ritiene di carattere retributivo ogni somma che un datore di lavoro eroga all’ex dipendente alla cessazione del rapporto di lavoro. E poiché nel caso in questione, lo Stato riveste sia il ruolo di datore che di erogatore delle somme, la pensione dei dipendenti pubblici è a tutti gli effetti una forma di retribuzione. E ovviamente non è consentito stabilire discriminanti fra uomini e donne nel percepire una retribuzione, nemmeno per questioni di età.


La sentenza potrebbe avere, e probabilmente avrà, un effetto dirompente sui conti pubblici. Non si tratta di mere questioni di principio: le sentenze della Corte di Giustizia sono immediatamente esecutive e vincolanti. Lo Stato ha il dovere di adeguare la propria normativa il prima possibile, altrimenti scatteranno sanzioni che sarebbe riduttivo definire “pesanti”.


Ma è facile comprendere che la portata di queste modifiche è tale da rendere tutt’altro che agevole la vera rivoluzione pensionistica che andrebbe attuata.
Senza contare che, per ovvi motivi di uguaglianza sociale, tale modifica dovrebbe essere estesa dai dipendenti pubblici ad ogni altra categoria di pensionati.

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