Riforma Gelmini dell’università (dettagli-seconda parte)

di Giuseppe Aymerich Commenta

Chi forse attende con maggiore interesse l’arrivo della riforma Gelmini è l’esercito dei ricercatori..

Chi forse attende con maggiore interesse l’arrivo della riforma Gelmini è l’esercito dei ricercatori, condannati ad un interminabile precariato sottopagato e con poche speranze di raggiungere la tanto agognata docenza.

In realtà, le novità introdotte dalla riforma non garantiscono alcuna sanatoria per loro. La finalità perseguita è infatti quella di incrementare la selettività e ridurre il numero, se non altro per dare maggiori speranze a quelli che sopravvivranno.


Pertanto, è stabilito che in nessun caso lo status di ricercatore può superare i sei anni: chi non diventa docente nel frattempo dovrà lasciare l’università. E per divenire docenti non c’è alcuna sanatoria: i ricercatori oggi presenti nei nostri atenei (circa ventimila) seguiranno le nuove e rigide regole introdotte per i concorsi dalla riforma. Si stima che alla fine solo uno su cinque fra loro riuscirà ad ottenere davvero la sospirata cattedra.

Molte novità anche ai vertici degli atenei. Sono introdotti nuovi limiti allo strapotere dei rettori: nessuno potrà restare in carica per più di otto anni, e il senato accademico può sfiduciarli col 75% dei voti.
Quanto al senato, si occuperà esclusivamente di questioni didattiche e di ricerca: la gestione concreta dell’ateneo è affidata al consiglio d’amministrazione, in cui un ruolo maggiore sarà riservato da esperti esterni all’università, e a cui riferirà una carica inedita, il direttore generale, cui farà capo l’intero assetto amministrativo e gestionale dell’ateneo.


Per via indiretta, infine, si cercherà di rendere difficile la vita degli atenei minori e dissestati, al fine di favorirne la fusione. Una serie di limitazioni vengono infatti introdotte in tema di nuove assunzioni e di trasferimento di fondi statali (fra l’altro, dovrà esserci l’assenso di una nuova Authority, l’ANVUR, che vigilerà sulla qualità dell’offerta formativa).
Nessuna università, infine, potrà attivare più di dodici facoltà.

Fonte: La Repubblica

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