Cambiamenti per gli interessi passivi?

di Giuseppe Commenta

Quando il Governo Prodi introdusse il meccanismo descritto, l’intenzione era quella di spingere le imprese verso..

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Quando il Governo Prodi introdusse il meccanismo descritto, l’intenzione era quella di spingere le imprese verso un percorso virtuoso. Appare evidente, infatti, che a parità di condizioni risultano nettamente avvantaggiate le imprese con un reddito operativo lordo più ragguardevole e con un grado di indebitamento inferiore.

Al contrario, le imprese fortemente indebitate (e dunque con un pesante carico di interessi passivi) e con una situazione produttiva infelice, in cui le scarse vendite non consentono di superare abbondantemente i costi operativi (e dunque con un R.O.L. ridotto quando non nullo o negativo) si ritrovano nell’impossibilità di dedurre buona parte degli oneri finanziari sostenuti.


Ma le due possibilità congiunte di rinviare al futuro le quote di R.O.L. non utilizzate ad aumentare i R.O.L. futuri e di mantenere nel limbo gli interessi passivi non dedotti fino al momento in cui la loro deducibilità sarà possibile, rappresentano un forte incentivo a percorrere una strada virtuosa, spingendo le imprese a ridurre la dipendenza dalle banche e a migliorare l’efficienza dei processi di produzione e vendita. Ad impegnarsi, cioè, per fare in modo che gli interessi oggi non deducibili lo divengano domani.

In sintesi, queste erano le intenzioni quando fu varato il complesso meccanismo, appena un anno fa.
Il sistema però inizia già a scricchiolare. Sono sempre più numerosi gli imprenditori che chiedono al Governo di elevare la soglia di deducibilità dall’attuale 30% del R.O.L. se non addirittura di eliminare del tutto la complicata regola.


In un periodo di forte crisi economica come quello attuale, infatti, la regola del R.O.L. penalizza proprio le imprese maggiormente in difficoltà, che in teoria dovrebbero essere agevolate e non punite fiscalmente. La nuova maggioranza di centrodestra sta dunque valutando se sia davvero il caso di cambiare le regole tributarie per l’ennesima volta.

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