Lavoro titolo di studio scuola

di Francesco Di Cataldo Commenta

Sono fattori fortemente influenzati da variabili come la dimensione aziendale – le grandi realtà lavorative..

Il ‘pezzo di carta’ è ancora un buon investimento anche in termini economici.

E’ quanto rileva un’indagine del Centro Studi di Unioncamere sul rendimento dei titoli di studio.

La ricerca mette in evidenza come man mano che si passa da un titolo di studio di scuola dell’obbligo al diploma o alla laurea ci sono degli “evidenti miglioramenti retributivi”.

La forbice tra la retribuzione di un laureato e quella di una persona con la scuola dell’obbligo è infatti compresa tra un minimo del 18,6% in più e un massimo del 45,4% in più rispetto a quella di una persona che ha frequentato solo la scuola elementare(ANSA).




Avere un titolo di studio, oggi, è requisito indispensabile, ma ancora più conta la tipologia di percorso formativo che si segue. Alcune specializzazioni servono più di altre e un continuo aggiornamento contribuisce all’ingresso e alla permanenza in contesti lavorativi che richiedono una forte specializzazione.

Il punto di snodo è, quindi, la formazione, ma anche in questo è importante una forte flessibilità nell’approccio. Una buona percentuale di laureati si adatta a fare lavori per i quali non è richiesto un titolo di studio universitario mentre solo il 35% riesce ad esercitare attività in linea con le conoscenze acquisite durante gli studi.

I profili professionali mutano in funzione delle nuove esigenze di mercato
: anche in questo caso la flessibilità è la parola d’ordine, ci sono figure professionali nuove ed emergenti che avranno un ruolo cruciale e sempre più richiesto nella società italiana.

Uno fra tutti, l’armonizzatore, forse quello che, più di ogni altro, rompe gli schemi rispetto al passato, anche nel nome.

L’armonizzatore possiamo definirlo come il mediatore culturale per l’Europa, colui che, all’interno delle grandi imprese o delle forti Reti territoriali “armonizza” il particolare della Nazione con il generale dell’Unione Europea.

Conoscenze richieste: forti competenze economiche e giuridiche, qualifiche per le quali, fino a pochi anni fa, quasi tutti avrebbero pensato a professioni più tradizionali.

Guardiamola dall’altro punto di vista e chiediamoci qual è il nuovo ruolo del datore di lavoro rispetto alle Risorse Umane. L’interesse primario è, evidentemente, quello di potenziare il capitale umano di cui dispone.

Fondamentale attribuire la giusta importanza al processo di qualificazione e riqualificazione dei ruoli: personale più autonomo, più responsabile, più preparato rispetto alle incertezze e alle oscillazioni del mercato, più recettivo rispetto ad esigenze diversificate, più creativo nella risoluzione dei problemi. Ritorna la flessibilità: il problema è che all’interno delle aziende tutto questo non viene ancora recepito come importante, al pari, se non di più, rispetto alle competenze tecniche…

In questo senso il problema non è tanto il peso del “compenso fisso”, quanto gli elementi di promozione, status, carriera, sicurezza, soddisfazione personale e opportunità di apprendimento che devono necessariamente rientrare nelle politiche retributive di aziende come strumenti di incentivazione del personale e di sviluppo di skill professionali in linea con le richieste di mercato.

Sono fattori fortemente influenzati da variabili come la dimensione aziendale – le grandi realtà lavorative fanno ricorso ai benefits in modo molto più diffuso rispetto ai piccoli contesti; il settore di appartenenza e la macro area territoriale – in questa prospettiva si riscontrano forti differenze nelle politiche retributive nelle tre aree di riferimento individuate come rilevanti: Centro, NordEst e NordOvest, Milano e Roma, Sud dell’Italia.

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