Tobin Tax, tassa sulle transazioni finanziarie

di Giuseppe Aymerich 1

Ciclicamente si torna a parlare (per la verità senza troppo costrutto) della famosa o famigerata Tobin Tax..

Ciclicamente si torna a parlare (per la verità senza troppo costrutto) della famosa o famigerata Tobin Tax.

A quanto pare, il discorso è tornato di moda, giacché in ambiente comunitario la sua introduzione viene data prima o poi per sicura. È pur vero, peraltro, che l’applicazione dei tributi è decisa in autonomia dai singoli Stati, quindi in ogni caso tocca ai vari governi esprimersi.


Ma di cosa si tratta, esattamente? Questa tassa è definita così in onore del primo che la propose, l’economista James Tobin, che ne parlò diffusamente nell’ormai remoto 1972. L’idea di Tobin era di introdurre una tassa sulle transazioni valutarie (e cioè quelle legate ad acquisti e cessione di moneta), mentre la sua applicazione estesa di cui si discute ormai da tempo concerne ogni genere di transazione finanziaria.

L’applicazione sarebbe relativamente semplice: un’aliquota fra lo 0,01% e lo 0,05% sul valore di ogni transazione. Andrebbe comunque chiarito e discusso a lungo a carico di chi peserebbe tale aliquota (l’acquirente, il venditore o entrambi) e come fare in tema di transazioni internazionali, le quali coinvolgessero soggetti residenti in Paesi differenti.

Secondo la teoria di Tobin, questa tassazione costituirebbe un freno formidabile contro i fenomeni speculativi, sebbene non tutti concordino, e favorirebbe una stabilizzazione dei mercati finanziari.
Inoltre, sarebbe una forma di tassazione che non incontrerebbe, in generale, l’ostilità dell’opinione pubblica, e il suo elevato gettito (stimato pari ad oltre 650 miliardi di dollari in tutto il mondo ogni anno) consentirebbe di abbassare altre imposte più impopolari.


In tutti i casi, è una misura da concordarsi a livello internazionale. Se il singolo Stato introducesse la Tobin Tax di testa propria commetterebbe un vero suicidio, poiché gli investitori fuggirebbero in massa verso mercati meno onerosi.

Fonte: La Stampa

Commenti (1)

  1. Sarei curioso di sapere su quali studi si basa la conclusione dell’autore secondo cui gli investitori – in caso di introduzione di una tassa sulle transazione finanziaria per esempio sui soli mercati europei o, ancor più restrittivamente nei soli paesi dell’Eurogruppo (quindi non internazionalmente, Wall Street, Tokyo e Singapore escluse) – scapperebbero verso mercati meno onerosi. Un recente paper del Fondo Monetario Internazionale prende in esame le tasse finanziarie esistenti (per esempio la Stamp Duty britannica senza il pagamento della quale non si può perfezionare l’acquisto di varie tipologie di asset alla City di Londra) che non creano significativi effetti distorsivi sui mercati nè determinano fughe di capitali dagli stessi. Il rapporto del FMI (Taxing financial transactions: Issues and Evidence) conclude in particolare che non si possa sostenere aprioristicamente che la tassazione delle transazioni causi asimmetrie sui mercati e fughe di capitali. Sarei curioso di sapere a quali studi fa riferimento l’articolo soprariportato. Spero che non ci si riferisca al caso della Svezia a metà degli anni Novanta. La tassa in esame (causa di un ingente capital flow dalla borsa svedese verso la City londinese) era stata ideata decisamente male e ci sono fior fiori di studi che ne dipingono i lati deboli!

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