Crollano gli accertamenti da studi di settore

di Giuseppe Aymerich 1

Diverse sentenze della magistratura, inclusa la Cassazione, hanno in gran parte demolito gli studi di settore, che sembrano entrati nella fase..

Diverse sentenze della magistratura, inclusa la Cassazione, hanno in gran parte demolito gli studi di settore, che sembrano entrati nella fase discendente della loro parabola.

In sostanza, è ormai pacifico (ma ci sono voluti anni di battaglie legali e dottrinarie) che non è possibile rettificare il reddito dichiarato dal contribuente basandosi esclusivamente sui risultati statistici derivanti dagli studi di settore.


Essi possono, cioè, fornire indizi utili da integrare con altri, oppure consentire di individuare le posizioni più anomale da sottoporre a successivi accertamenti, ma da soli non sono in grado di dimostrare alcunché.

Sull’uso degli studi di settore è prudente Luigi Magistro, direttore della sezione accertamenti dell’Agenzia delle Entrate, intervistato dal Sole 24 Ore.

Da un lato, Magistro riconosce l’intrinseca debolezza legale degli studi, tanto che nel 2009 gli accertamenti eseguiti sulla base degli studi sono stati 52.310, contro i 74.696 dell’anno precedente (addirittura il 30% in meno), e sono dati davvero notevoli se consideriamo che i contribuenti non congrui sono ogni anno circa 1.500.000 (per il 97% di loro, dunque, la non congruità agli studi è uno spauracchio inerme).

Dall’altro lato, però, il direttore difende lo strumento statistico, ritenuto utilissimo per scovare le posizioni da sottoporre ad accertamento. In un anno, infatti, la maggiore imposta accertata grazie agli studi è mediamente raddoppiata, da 6.701 a 12.230 euro.


Magistro è quindi contrario ad ogni ipotesi di superamento degli studi, ribadendone l’utilità. Le informazioni provenienti dagli studi di settore, integrate con quelle provenienti dalle numerose banche dati a disposizione degli accertatori, consentono di mettere in luce molte situazioni altrimenti difficilmente individuabili.

E all’Agenzia delle Entrate i dati da controllare non mancano di certo. Come spiega Magistro, “siamo passati dalla logica dell’accumulo ad una logica dell’utilizzo, che fino ad ora non veniva fatta”.

Commenti (1)

  1. E’ paradossale che un contribuente per risultare in regola con gli studi di settore deva dichiarare il falso (dichiarando di guadagnare di più di quanto faccia in realtà) , mentre chi dichiara il giusto è a rischio di accertamento. Sarebbe interessante sapere se questo è un sistema utilizzato anche in altre nazioni o se è una trovata geniale tutta italiana

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