Ricavi non dichiarati se la cassa va in rosso

di Giuseppe Aymerich Commenta

Chi si intende di ragioneria sa benissimo che il conto “cassa” ha una peculiarità che non si riscontra negli altri conti legati..

cassa in rosso

Chi si intende di ragioneria sa benissimo che il conto “cassa” ha una peculiarità che non si riscontra negli altri conti legati alle liquidità, come i conti correnti bancari: la cassa, infatti, può avere un saldo esclusivamente positivo o, nel caso-limite, pari a zero.

Essa non può mai assumere un valore negativo, e se invece questo accade è evidente che la contabilità presenta dei profili di anomalia, per non dire di irregolarità. Il che è d’altronde intuitivo: se in cassa ci sono cento euro, è impossibile che si possa eseguire in contanti un pagamento di centocinquanta.


Nella prassi capita comunque non di rado che il conto cassa vada in rosso, sebbene essa sia un’evidente finzione contabile. Ma d’ora in avanti occorrerà stare molto attenti, dopo la sentenza della Corte di Cassazione n. 24509/2009.

La Suprema Corte è stata chiamata a giudicare il ricorso di una società a cui l’Agenzia delle Entrate aveva contestato l’esistenza di ricavi non dichiarati (e dunque da tassare) proprio in corrispondenza e per l’esatto ammontare dei valori negativi della cassa così come registrati in contabilità.


La domanda senza risposta, infatti, era: con quali soldi la società ha pagato quelle spese se la cassa era vuota?
La Cassazione ha dunque dato ragione all’Agenzia delle Entrate, che aveva parlato di gravi indizi per presumere l’esistenza, appunto, di ricavi non dichiarati.

La medesima sentenza, inoltre, ha stabilito una seconda stangata di portata altrettanto interessante ai danni della medesima società: amministratori e dipendenti avevano redatto le tradizionali note-spese in relazione a varie trasferte di lavoro, ma la Corte ha giudicato indeducibili i rimborsi chilometrici poiché nelle note-spese mancava la precisa indicazione delle distanze percorse.

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