Orologi, la crisi non è finita

di Giuseppe Aymerich Commenta

Il settore della vendita di orologi sconta tuttora il perdurare implacabile della crisi dei consumi: un discorso che può essere..

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Il settore della vendita di orologi sconta tuttora il perdurare implacabile della crisi dei consumi: un discorso che può essere applicato tanto a quelli di lusso quanto a quelli più economici e commerciali.

L’uscita della crisi è rinviata al 2010, presumibilmente intorno alla metà di quell’anno, ma preziose indicazioni verranno certamente dall’andamento delle vendite nei giorni sotto Natale, che normalmente sono in assoluto i più proficui dell’intero calendario.


Le difficoltà sono diffuse a livello internazionale, ma in Italia sono tutto sommato più contenute. È probabile che questo dipenda dalla peculiare struttura distributiva del nostro Paese, basata quasi esclusivamente sugli esercizi di vicinato.

Nei tempi di boom questo appariva come un anacronistico freno allo sviluppo dei commerci, ma ora che le vacche sono molto magre, questo potrebbe rivelarsi invece un punto di forza, in virtù degli ottimi rapporti di fiducia sviluppatisi negli anni fra i clienti (in special modo i collezionisti) e i dettaglianti.


Comunque sia, uno sguardo oltreconfine può offrire altre informazioni interessanti. La Svizzera è di gran lunga il primo produttore del mondo: più di metà degli orologi prodotti ogni anno in tutto il pianeta proviene dai cantoni elvetici, e il novanta percento delle merci realizzate è destinato ai mercati esteri.

Bene, le esportazioni di orologi svizzere sono tuttora in caduta libera: da gennaio ad ottobre del 2009 sono diminuite del 25% rispetto all’analogo periodo del 2008. É da notare, comunque, che la crisi è ancora in atto ma sta rallentando rispetto ai primi mesi dell’anno, e che i mercati tradizionali delle esportazioni svizzere (Italia, Francia, Germania) hanno visto cali modesti rispetto a quelli registrati in mercati più innovativi come gli Stati Uniti e l’Oriente.

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