Unione euromediterranea: trattative con Francia e Spagna

di Giuseppe Aymerich Commenta

Nel 1995 il cosiddetto “protocollo di Barcellona” fissò la data del 2010 come termine per istituire un’enorme area di libero scambio che coinvolgesse..

Nel 1995 il cosiddetto “protocollo di Barcellona” fissò la data del 2010 come termine per istituire un’enorme area di libero scambio che coinvolgesse l’Unione Europea da un lato e il bacino mediterraneo dall’altro, con prospettive di sviluppo ulteriore nell’area sub-sahariana e nella penisola arabica.

Non è successo niente di tutto questo: non solo il traguardo non è stato raggiunto, ma addirittura quel progetto è rimasto lettera morta, poiché non è stato dato corso ad alcun genere di percorso di avvicinamento.


E se è vero che nel frattempo la UE ha proceduto all’integrazione monetaria e all’allargamento ad est, è pur vero che altre aree di libero scambio sono sorte nel continente americano e nel Pacifico.

Per far fronte alla concorrenza globale, i tre principali Paesi del Mediterraneo occidentale (Francia, Italia e Spagna) si stanno ritrovando, in convegni e seminari, sulla necessità di stabilire perlomeno una strategia comune fra loro tre, per favorire un’alleanza economica e politica con la sponda africana (verso cui, operando singolarmente, i tre Stati hanno già intessuto ottimi rapporti commerciali).

L’idea che ha preso piede in un recente convegno a Parigi è quella di fissare un network di strutture pubbliche e private da collocarsi a Milano, Marsiglia e Barcellona, che sia finalizzato ad intensificare i commerci con Libia e Maghreb e a dare sostegno strategico, organizzativo e logistico alle imprese, anche provenienti da Stati terzi, interessate ad investire in quest’ambito.


Come hanno rilevato alcuni esponenti politici, per il nostro Paese questa trattativa è anche utile per riallacciare un discorso di alleanza economica con la Francia, per scardinare qualunque velleità di accordi dei transalpini con Germania e Gran Bretagna per dominare l’economia europea, riducendo gli altri Paesi (inclusa l’Italia) al ruolo di comprimari di secondo piano.

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