Beni di lusso, l’Asia chiede il made in Italy

di Giuseppe Aymerich Commenta

Si parla di “lusso accessibile” in riferimento a quei prodotti di elevata qualità ma dal prezzo non così proibitivo..

Si parla di “lusso accessibile” in riferimento a quei prodotti di elevata qualità ma dal prezzo non così proibitivo da essere completamente al di fuori delle possibilità della fascia di consumatori intermedia.

Ecco, quindi, che, magari una volta all’anno, anche la comune impiegata può concedersi la borsa di Gucci, o suo marito la cravatta di Marinella. Gli acquisti compiuti da costoro avvengono con parsimonia, ma parliamo pur sempre della fascia di consumatori numericamente più importante, e non soltanto in Occidente ma anche nei rampanti Paesi asiatici.


In Cina, India, Corea del Sud, Taiwan, Vietnam, Emirati Arabi Uniti e via dicendo, si sta aprendo in questi anni per il lusso accessibile un mercato fatto di centinaia di milioni di potenziali acquirenti: un business colossale, tanto che si stima che nel 2015 il fatturato complessivo arriverà a 113 miliardi di euro, il 45% in più rispetto ai 79 effettivi del 2009.

E una parte importante la può fare l’Italia: i nostri prodotti si sono conquistati negli anni una fama così solida che anche i nuovi benestanti thailandesi o indonesiani sono ben disposti a comprare ogni prodotto che rechi il tanto celebre marchio “made in Italy”, che occupa una quota fra il 10 e il 15% dell’export mondiale dei beni di lusso.


Il problema è che, dietro i colossi del settore, vi sono moltissime aziende con dimensioni così ridotte da avere grosse difficoltà ad imbastire esportazioni verso l’Oriente e superare le barriere protezionistiche locali.
Due sono le possibili soluzioni, secondo Confindustria: il gioco di squadra e il franchising. Le associazioni imprenditoriali devono premere per favorire la nascita di consorzi per la diffusione del “made in Italy” nel mondo, nonché incoraggiare le partnership con produttori locali che garantiscono adeguati standard qualitativi.

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