Trattamento di fine rapporto: prima parte

di Giuseppe Commenta

Per le sue prestazioni, il lavoratore ha diritto alla retribuzione. Essa si suddivide in due componenti: quella..

Dimissioni

Per le sue prestazioni, il lavoratore ha diritto alla retribuzione. Essa si suddivide in due componenti: quella immediata, che viene corrisposta periodicamente (in genere ogni mese), e quella differita, che invece è corrisposta solo alla conclusione del rapporto di lavoro, qualunque sia la causa: scadenza del termine, scioglimento consensuale, impossibilità sopravvenuta, dimissioni, licenziamento, morte del lavoratore (e in questo caso, a godere della retribuzione differita saranno ovviamente gli eredi).

La componente di retribuzione differita, chiamata nel linguaggio comune “liquidazione”, è definita dalla legge come “trattamento di fine rapporto di lavoro subordinato” (TFR).

Mentre l’ammontare della retribuzione immediata è riservata alla libera contrattazione (a livello individuale o sindacale), l’entità della retribuzione differita è stabilita rigidamente dalla legge.

Attualmente, infatti, la determinazione del TFR è stabilita dall’art. 2120 del Codice Civile, che assunse l’attuale formulazione nel 1982, per avvicinare l’Italia alle norme comunitarie.


Il trattamento è costituito da due distinte componenti: la quota corrente e la quota di rivalutazione. La prima si determina secondo un complesso calcolo: occorre considerare tutte le somme erogate dal datore di lavoro nel corso di ogni anno in relazione al rapporto di lavoro a qualsiasi titolo (salario, indennità, beni in natura, stock options ecc., escluse le liberalità occasionali e i rimborsi spese) e dividere per 13,5.


La quota di rivalutazione ha invece la finalità di adeguare il TFR già maturato al costo della vita: ogni anno, dunque, l’intero trattamento è rivalutato impiegando un’aliquota calcolata secondo un procedimento piuttosto complesso.

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