Partite IVA e precariato

di Vito Verna Commenta

Nonostante la riforma del lavoro del ministro Elsa Fornero sia stata criticata vi sarebbe da ammettere come abbia fatto moltissimo da punto di vista della tutela dei lavoratori e dell'abolizione di qualsiasi forma di precariato.

Partite IVA e precariato

Nonostante la riforma del lavoro del ministro Elsa Fornero sia stata criticata poiché mancante di strategie adeguate alla risoluzione della crisi economico-finanziaria, avendo previsto, a tal proposito, solamente l’abolizione dell’art. 18 così da favorire i licenziamenti, purché giustificati, per motivi economici, vi sarebbe da ammettere come abbia fatto moltissimo da punto di vista della tutela dei lavoratori e dell’abolizione di qualsiasi forma di precariato.

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Una di queste, sicuramente tra le più diffuse, coinvolgerebbe i titolari di partita IVA che, in quanto autonomi, non godrebbero delle tutele economiche che il datore di lavoro, invece, garantirebbe ai propri dipendenti regolarmente assunti.

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Trattandosi infatti, a dire il vero piuttosto soventemente, di pure e semplici collaborazioni, il titolare di partita IVA non sarebbe un vero e proprio dipendente ma, per l’appunto, un semplice autonomo chiamato a collaborare di quando in quando.

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Ebbene, per evitare che tutto questo si trasformi, sebbene secondo alcuni sarebbe codesta una consuetudine ben radicata tra le principali aziende italiane, in uno strumento di precarietà e diventi un utile strumento di flessibilità, il Governo Monti avrebbe previsto che, nel caso in cui la succitata collaborazione consista in una durata superiore ai 6 mesi e contribuisca, per almeno il 75%, alle entrate economiche del titolare di partita IVA, il datore di lavoro sarebbe obbligato a corrispondere a quest’ultimo tutte le tutele legali ed economiche solitamente corrisposte a tutti i lavoratori dipendenti italiani.

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