Palermo vive fase acuta di recessione

di Vito Verna Commenta

La ripresa dell'economia palermitana, per di più inconsistente, si è basata, in questi anni di recessione, esclusivamente sui consumi delle famiglie che, non disponendo di reddito da lavoro, si sono dovute rivolgere alle banche.

La situazione socio economica occupazionale della città di Palermo, se già poteva essere considerata critica alla vigilia della recessione, oggi non può che destare ancora maggior preoccupazione.

Gli assetti occupazionali, per esempio, complice anche un deciso aumento del sommerso (19% nel 2006 – 22,3% nel 2010), sono connotati da forte precarietà e da situazioni particolarmente sfavorevoli, specialmente in quei settori che, da sempre, sono considerati a rischio e nel Mezzogiorno e in tutta Italia, ovverosia quello giovanile e femminile.


Ciò, come può facilmente intuirsi, ha influito negativamente sulla situazione patrimoniale e finanziaria dei palermitani (PIL pro capite inferiore del 69% rispetto alla media nazionale).

La soluzione adottata dalle famiglie del capoluogo siciliano, che non fa altro che costituirsi parte d’un circolo vizioso difficile da spezzare, è stata quella di rivolgersi al credito bancario (prestiti aumentati di oltre l’80% nel periodo in esame).

Il risultato è quanto mai sconcertante. L’economia palermitana, vive costantemente al di sopra dei propri mezzi.

Il problema, se ancora non si fosse ancora compreso a fondo, sta nel fatto che, considerando la scarsità degli investimenti aziendali e il ridotto volume dell’export, la crescita economica palermitana è dipesa fortemente, e ancora fortemente ne dipenderà, dai consumi delle famiglie, consumi che, alla lunga, diverranno insostenibili poiché basati non su un reale reddito da lavoro bensì sul credito bancario.

Segnali di ripresa, comunque, giungono dai volumi dell’import-export con l’estero, aumentati rispettivamente dell’85 e del 67%, ben al di sopra delle medie regionali e nazionali.

La situazione socio economica occupazionale della città di Palermo, se già poteva essere considerata critica alla vigilia della recessione, oggi non può che destare ancora maggior preoccupazione.

Gli assetti occupazionali, per esempio, complice anche un deciso aumento del sommerso (19% nel 2006 – 22,3% nel 2010), sono connotati da forte precarietà e da situazioni particolarmente sfavorevoli, specialmente in quei settori che, da sempre, sono considerati a rischio e nel Mezzogiorno e in tutta Italia, ovverosia quello giovanile e femminile.

Ciò, come può facilmente intuirsi, ha influito negativamente sulla situazione patrimoniale e finanziaria dei palermitani (PIL pro capite inferiore del 69% rispetto alla media nazionale).

La soluzione adottata dalle famiglie del capoluogo siciliano, che non fa altro che costituirsi parte d’un circolo vizioso difficile da spezzare, è stata quella di rivolgersi al credito bancario (prestiti aumentati di oltre l’80% nel periodo in esame).

Il risultato è quanto mai sconcertante. L’economia palermitana, vive costantemente al di sopra dei propri mezzi.

Il problema, se ancora non si fosse ancora compreso a fondo, sta nel fatto che, considerando la scarsità degli investimenti aziendali e il ridotto volume dell’export, la crescita economica palermitana è dipesa fortemente, e ancora fortemente ne dipenderà, dai consumi delle famiglie, consumi che, alla lunga, diverranno insostenibili poiché basati non su un reale reddito da lavoro bensì sul credito bancario.

Segnali di ripresa, comunque, giungono dai volumi dell’import-export con l’estero, aumentati rispettivamente dell’85 e del 67%, ben al di sopra delle medie regionali e nazionali.

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