Lavoro minorile e lavoratrici-madri (V)

di Giuseppe Aymerich Commenta

Stabilito, dunque, che le donne in quanto tali nel nostro tempo non hanno più bisogno di specifica protezione, il..

Stabilito, dunque, che le donne in quanto tali nel nostro tempo non hanno più bisogno di specifica protezione, il legislatore ha però dedicato un’attenzione particolare alla lavoratrice che è anche madre di famiglia.

Qui il discorso, infatti, è del tutto differente: non è tutelato il “sesso debole” ma la particolare funzione che la donna assume in quanto madre.

La legge prevede, dunque, una serie di protezioni contenute oggi nella legge 151/2001, che ha anche introdotto una notevole innovazione rispetto al passato: la possibilità di estendere o trasferire le tutele al lavoratore-padre, in tutte le ipotesi in cui non sia la madre a fruirne, per scelta o impossibilità.


Vediamo dunque il quadro delle garanzie previsto attualmente. Innanzitutto, spicca il congedo di maternità: è vietato sottoporre la lavoratrice a qualsiasi prestazione lavorativa nei due mesi antecedenti la data presunta del parto e nei tre mesi successivi. Anche se il parto avviene prima del previsto, alla madre spettano comunque cinque mesi complessivi di congedo.

La stessa può eventualmente scegliere di posticipare l’entrata in maternità: può fruire del congedo anche solo un mese prima della data prevista per il parto e per i quattro mesi successivi, purché non vi siano controindicazioni mediche.

Se però la madre non può fruire di tutto o di parte dei cinque mesi di congedo (per morte o grave infermità), il padre ha diritto di subentrare e goderne al suo posto.


Medesimo diritto gli è riconosciuto se la madre ha abbandonato il neonato o comunque è il padre ad averne l’affidamento esclusivo.
Il periodo di congedo è contato ai fini dell’anzianità e del TFR, e la madre o il padre che ne fruisce ha diritto all’80% della normale retribuzione. Il posto di lavoro, ovviamente, è conservato fino al suo rientro.

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