Legge Marzano: 95% di successi

di Giuseppe Aymerich Commenta

Nel 1979, l’allora ministro dell’Industria Romano Prodi intuì che, laddove la crisi economica colpisce un’impresa di grandi o grandissime dimensioni, gli effetti dell’eventuale dichiarazione di fallimento sull’economia locale, sull’indotto e sull’occupazione sono catastrofici..

Nel 1979, l’allora ministro dell’Industria Romano Prodi intuì che, laddove la crisi economica colpisce un’impresa di grandi o grandissime dimensioni, gli effetti dell’eventuale dichiarazione di fallimento sull’economia locale, sull’indotto e sull’occupazione sono catastrofici.

Fu così varata una norma speciale (detta, appunto, “legge Prodi”, riformata nel 1999) che prevedeva una forma di amministrazione straordinaria dell’azienda, con lo scopo di salvaguardarne il valore produttivo e occupazionale, in genere mediante la cessione in blocco oppure a scorporo del complesso aziendale.


Il caso Parmalat, nel 2004, spinse a rivedere in buona parte la normativa da parte del ministro Antonio Marzano, con ulteriori modifiche ai tempi della crisi Alitalia.

Mentre l’attuale ministro, Claudio Scajola, è al lavoro per apportare nuovi aggiornamenti alla legge, “Il Sole 24 Ore” ha voluto fare il punto sui sei anni di vigenza della legge Marzano. Finora sono state varate sessantasei procedure: di esse, in solamente tre casi il piano di risanamento non ha portato ai risultati sperati e la dichiarazione di fallimento si è rivelata inevitabile.

Molte aziende conosciute sono passate o si trovano tuttora in amministrazione straordinaria, come la Merloni (elettrodomestici) e Gianfranco Ferrè (abbigliamento).


Il 95% di successi (includendo anche le procedure tuttora in corso, nessuna delle quali pare volgere al peggio) spinge il legislatore a mantenere la procedura immutata nei suoi tratti essenziali ma ad apportare quelle modifiche che l’esperienza ha rivelato più utili: nel Ddl Scajola, per esempio, si prevede la possibilità di consentire al commissario di cedere immediatamente a terzi le parti più sane del complesso aziendale, per salvaguardarne il valore produttivo, anche prima della redazione del piano di risanamento.
Inoltre, l’attuale procedura deve chiudersi in due anni con possibile proroga di soli tre mesi: l’idea è quella di estendere la durata massima, magari fino a tre anni.

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