Ciclo di vita finanziaria dell’impresa: maturità e declino

di Giuseppe Aymerich Commenta

Dopo una fase di crescita che può essere più o meno estesa, l’impresa smette di acquisire nuove quote di mercato..

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Dopo una fase di crescita che può essere più o meno estesa, l’impresa smette di acquisire nuove quote di mercato e tende ad assestarsi ad un livello sostanzialmente fisso, o comunque soggetto a variazioni di bassa entità.

Questa fase, definita della “maturità”, è solitamente la più lunga fra le quattro del ciclo di vita, e anche quella più stabile, con una situazione-tipo che tende a protrarsi: i ricavi superano costantemente i costi, e questo genera elevati profitti con cui l’impresa non solo riesce a soddisfare le proprie esigenze finanziarie ma anche a ridurre la dipendenza dall’esterno.


È in questa fase, infatti, che l’impresa tende a ridurre progressivamente le passività e quindi a rimborsare quanto ottenuto da banche e altri finanziatori.

Ma è anche in questa fase che l’azienda può finalmente concedersi il lusso di remunerare il capitale di rischio, elargendo buoni dividendi agli azionisti: non vi è più, infatti, l’esigenza indifferibile di irrobustire il patrimonio aziendale, e quindi parte degli utili può essere distribuita senza pericoli per l’equilibrio finanziario aziendale.


Ma, per quanto lunga e stabile, la fase di maturità non è eterna: prima o poi inizierà il declino, con la lenta e progressiva crisi delle vendite, la discesa dei ricavi che non riescono più a coprire i costi, la riduzione e infine l’azzeramento della capacità di autofinanziamento.

Le perdite che ne derivano costringono l’impresa a rinunciare alla distribuzione di dividendi e a ritornare ad indebitarsi con le banche: i fenomeni, insomma, inversi di quelli propri della fase della crescita.
Se l’impresa non riesce a superare la crisi e a ripartire in una nuova crescita, la fine dell’impresa è certa, e si verificherà quando essa non sarà più in grado di rimborsare i finanziamenti ottenuti.

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