Pregi e difetti del “forfettone” (terza parte)

di Giuseppe Aymerich Commenta

Confrontare il peso dell’imposta sostitutiva prevista per i contribuenti minimi con quello dell’IRPEF è molto difficile..

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Confrontare il peso dell’imposta sostitutiva prevista per i contribuenti minimi con quello dell’IRPEF è molto difficile.
L’imposta sostitutiva comporta un’aliquota secca del 20% sulla base imponibile. Nell’IRPEF, invece, il discorso è infinitamente più tortuoso.

Innanzitutto, si applicano aliquote differenziate per scaglioni di reddito crescenti. L’aliquota più bassa (per i redditi fino a quindicimila euro) è del 23%, perciò sarebbe intuitivo pensare che il regime dei “minimi” è necessariamente più conveniente, tanto più che ad essi non si applicano nemmeno le addizionali regionali e comunali; ma il discorso non è così semplice.


Nell’IRPEF, infatti, entrano in gioco anche deduzioni e detrazioni del reddito, basate su questioni di natura extra-imprenditoriale (familiari a carico, spese mediche, ristrutturazioni edilizie…) e altre detrazioni di natura forfetaria di diverse centinaia di euro che abbattono non di poco il valore dell’imposta netta da versare e che nel “forfettone” invece non esistono. Sulla base di ciò, dunque, la pressione dell’IRPEF è con inaspettata frequenza molto più leggera rispetto a quella dell’imposta sostitutiva.


Il discorso però si complica ulteriormente se il contribuente dispone anche di redditi di altra natura (fondiari, di lavoro dipendente…): in quest’ipotesi, infatti, utilizzando solo l’IRPEF si volerebbe a scaglioni più elevati cui corrisponderebbero aliquote alquanto onerose.

Destinando invece il reddito imprenditoriale o professionale all’aliquota del 20% propria dei “minimi”, al reddito rimanente sottoposto all’IRPEF tradizionale si applicherebbero percentuali più ridotte.

In definitiva, il consiglio più saggio che si possa dare è quello di prendere in mano il modello di dichiarazione dei redditi e provare a calcolare il peso delle imposte utilizzando sia il regime tradizionale sia quello per i contribuenti minimi.

E soltanto soppesando quest’analisi con tutti gli altri fattori descritti è possibile valutare se davvero al singolo contribuente conviene passare al regime dei “minimi”.

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