Cambiamento climatico e costi dell’energia influiscono sul sistema della delocalizzazione industriale

di Luca Bruno Commenta

Second oun articolo del Fiancial Times le grandi industrie manifatturiere, spinti dalla crisi finanziaria e dalla recessione..

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Secondo un articolo del Financial Times apparso ieri, le grandi industrie manifatturiere, spinte dalla crisi finanziaria, dalla recessione economica e dai cambiamenti ambientali e climatici, stanno prendendo in grande considerazione un cambiamento radicale nei sistemi di approvvigionamento dei prodotti e di localizzazione della produzione.
Fino a pochi anni fa negli Stati Uniti per esempio, il Messico, che pur rappresentava grandi vantaggi a livello di costo del lavoro e di risparmio per le ditte manifatturiere, non era per niente in grado di competere con la Cina riguardo ai costi.

Questo era il motivo per cui si “delocalizzava” nei paesi asiatici la produzione. Ma oggi l’inversione di tendenza è ormai alle porte, l’energia costerà sempre di più, e molte industrie manifatturiere, il cui impatto ambientale oggi si aggira per circa il 70% solo nel trasporto e nella catena di approvvigionamento dei manufatti e delle materie prime, stanno valutando la possibilità di ricorrere, per la produzione di componenti e commesse di lavoro, ai paesi vicini.

Un esempio citato è quello della Philips, che sposta in Ucraina la produzione che un tempo era localizzata in Asia, e ciò per essere più vicina al mercato cui questa produzione è desinata, l’Europa.

La stessa Boeing statunitense si rivolge attualmente a fornitori messicani, e gli esempi in questo senso in Europa sono già tantissimi.

Un’altra causa scatenante di questa inversione di tendenza è anche dovuta, suggerisce il quotidiano finanziario britannico, dal fatto che anche in termini di costo del lavoro le cose non sono più favorevoli come un tempo.

E poi c’è il problema, sempre più sentito, della velocità di consegna: più la merce è lontana, più tempo il prodotto finito ci mette ad essere disponibile, e, visto che la competizione in molti campi è ormai giocata anche sulla velocità e la puntualità della propria presenza sul mercato, è chiaro che anche di fronte a costi lievemente maggiori (ma non più per molto, visti i rincari dei carburanti) si tende ad investire, dove è possibile, nei paesi limitrofi.

Tale meccanismo potrebbe far contenti coloro che per anni hanno contestato duramente l’assurdità del sistema dei trasporti e della logistica mondiale, con prese di posizione anche gustose ed irriverenti come il famoso esempio di Beppe Grillo sui biscotti danesi, che viaggiano per mezzo mondo (“La Danimarca esporta centinaia di tonnellate di biscotti negli Stati Uniti. Gli Stati Uniti esportano centinaia di tonnellate di biscotti in Danimarca. E uno dice: vabbe’ saranno biscotti diversi. E allora perché cazzo non si scambiano la ricetta?”).
Gioiranno anche gli accesi sostenitori della decrescita e dello sviluppo locale per uscire fuori dalla spirale di crisi sempre più frequenti e drammatiche sia dal punto di vista economico che ambientale.

Tuttavia resta intatto un meccanismo, quello delle commesse lavorative all’estero, poco importa se molto vicino o piuttosto lontano, che incide profondamente sul mercato del lavoro europeo e statunitense ed in generale in egual misura in tutto l’occidente industrializzato: i tassi di disoccupazione continuano a crescere, e bisognerà aspettare che le industrie manifatturiere non abbiano più vantaggi dall’esportare il lavoro fuori dai confini nazionali per aspettarsi un miglioramento sia dell’occupazione che dei salari per i lavoratori.

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