Cialde di caffè, un business made in Italy

di Giuseppe Aymerich Commenta

Nei primi anni Settanta del secolo scorso, i produttori di caffè cercavano di diversificare il prodotto e facilitarne il consumo..

caffè in cialde

Nei primi anni Settanta del secolo scorso, i produttori di caffè cercavano di diversificare il prodotto e facilitarne il consumo, invadendo anche ambiti dove esisteva una domanda latente e non soddisfatta, a partire dagli uffici.

Ed è in Italia che nacque un nuovo business, con il brevetto registrato dalla Illy di Trieste che per la prima volta immetteva sul mercato le cialde di caffè. Su quella falsariga si sono poi mosse moltissime altre aziende, invadendo un mercato che oggi cresce a ritmi esponenziali.


Si calcola che negli ultimi quattro anni la vendita delle cialde sia raddoppiata, e non c’è crisi che tenga. Nel 2008 le cialde vendute in tutto il mondo sono state dodici miliardi, di cui un terzo è stato realizzato da imprese italiane. Questo boom dipende da diversi fattori: un’accresciuta qualità intrinseca del prodotto, una minore diffidenza dei consumatori e anche enormi facilitazioni nell’uso delle macchinette; oggi basta inserire la cialda, premere un pulsante e il gioco è fatto.

Ma è proprio su quest’ultimo tema che il mercato si spacca in due. Per anni, ogni impresa produttrice faceva le proprie cialde su misura per le proprie macchinette; poi, nel 1997, nasceva il consorzio Esc, che fissava standard tecnici comuni.


Oggi, dunque, le cialde prodotte dagli aderenti sono utilizzabili indifferentemente sulle rispettive macchinette.

Gli aderenti al consorzio, fra cui Illy, Vergnano e molte imprese minori, occupano circa il 60% del mercato italiano. Il restante 40%, invece, è appannaggio di marchi forti che si sono costruiti una nicchia di mercato con le proprie cialde e macchinette: fra esse, spiccano Lavazza (con le macchinette “A modo mio”) e Nestlè (con i marchi “Nescafè” e “Nespresso”).

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